Femminismo e corpo dovrebbero stare dalla stessa parte. Dovrebbero parlare la stessa lingua: libertà, scelta, autonomia, rispetto. E invece, sempre più spesso, succede qualcosa di strano. Anzi, diciamolo meglio: qualcosa di profondamente ipocrita.
Per anni si è detto che il corpo femminile non doveva essere controllato, giudicato, nascosto, corretto, coperto, sorvegliato. Giustissimo. Poi però, quando una donna decide liberamente di mostrarsi, di sedurre, di giocare con la propria immagine, di usare il fascino come parte della propria identità, ecco che parte il nuovo tribunale morale.
È lo stesso nodo che attraversa anche il tema della sensualità e libertà: il corpo non dovrebbe chiedere permesso né quando si copre, né quando decide di mostrarsi.
Solo che stavolta non sempre arriva dal vecchio patriarcato con la cravatta e il ditino alzato. A volte arriva da chi dice di parlare in nome della liberazione femminile.
E qui nasce il problema. Perché femminismo e corpo non possono diventare due parole in guerra tra loro: se il primo parla davvero di libertà, il secondo non può essere trattato come una colpa da giustificare.
Il corpo libero solo quando piace agli altri
C’è una libertà che sembra valere solo a condizioni precise. Puoi essere libera, certo. Ma devi esserlo nel modo giusto. Devi mostrarti forte, ma non troppo sensuale. Sicura di te, ma non provocante. Padrona del tuo corpo, ma senza usarlo in modo che qualcuno possa giudicare “sbagliato”.
In pratica: sei libera finché la tua libertà non disturba chi vuole decidere cosa sia emancipazione e cosa no.
Il corpo femminile, in questa visione, smette di appartenere alla donna e diventa di nuovo un oggetto pubblico. Non più da controllare in nome della morale tradizionale, ma da valutare in nome della morale progressista. Cambia la bandiera, non cambia il meccanismo.
Ed è proprio qui che femminismo e corpo rischiano di separarsi: quando la libertà viene concessa solo alle donne che fanno scelte comode da approvare.
Prima ti dicevano: “Non mostrarti, perché non sta bene”.
Oggi qualcuno ti dice: “Non mostrarti, perché così ti oggettifichi”.
Risultato? Sempre qualcuno che ti spiega cosa devi fare con il tuo corpo. Che fortuna, proprio quello che mancava.
Dal patriarcato al moralismo progressista
Il punto non è negare che il corpo femminile sia stato sfruttato, mercificato, usato e giudicato per secoli. Sarebbe ridicolo. Il punto è un altro: non si può rispondere a un controllo con un altro controllo.
Se una donna viene obbligata a mostrarsi, è un problema.
Se una donna viene obbligata a nascondersi, è un problema.
Se una donna sceglie di mostrarsi e viene trattata come una vittima inconsapevole, anche quello è un problema.
È qui che femminismo e corpo dovrebbero tornare al punto essenziale: nessuna scelta è davvero libera se deve prima essere approvata da qualcuno.
Perché a volte il moralismo travestito da femminismo parte da un’idea molto pericolosa: la donna sarebbe davvero libera solo quando compie scelte approvate da chi la osserva. Se invece sceglie la sensualità, la provocazione, il glamour, il cosplay, le foto audaci o i contenuti più espliciti, allora improvvisamente non sarebbe più libera. Sarebbe manipolata. Condizionata. Sottomessa.
Ma chi lo decide?
Perché se la risposta è “lo decidono gli altri”, allora siamo tornati al punto di partenza. Solo con parole più eleganti e meno preti in giro.
Il problema del femminismo punitivo
Esiste un femminismo che libera. Ed esiste un femminismo che punisce.
Il primo difende il diritto di scegliere. Il secondo difende solo alcune scelte, quelle che considera dignitose, rispettabili, presentabili. Il primo dice: “Il corpo è tuo”. Il secondo aggiunge sottovoce: “Però usalo come dico io”.
È questo il femminismo punitivo: quello che non sopporta la donna sensuale se quella sensualità non passa attraverso un certificato morale. Quello che vede oppressione anche dove c’è consapevolezza. Quello che parla di autodeterminazione, ma poi si innervosisce appena una donna autodeterminata non assomiglia alla donna ideale che aveva in testa.
E attenzione: non stiamo parlando di critica. La critica è legittima. Si può discutere di modelli estetici, mercato, social, sessualizzazione, pressione dell’immagine. Anzi, bisogna farlo. Anche certo femminismo pop ha provato a raccontare la bellezza e il mostrarsi come possibili forme di autodeterminazione, quando sono vissute in piena libertà. Ma discutere non significa togliere agency alle donne, cioè la capacità di decidere per sé.
Perché quando una donna adulta sceglie come mostrarsi, come vestirsi, come raccontarsi e come usare la propria immagine, trattarla automaticamente come una povera ingenua significa infantilizzarla. E l’infantilizzazione non diventa nobile solo perché indossa la maglietta giusta.
Seduzione non significa sottomissione
Uno degli errori più grandi è pensare che sedurre significhi obbedire.
Non è così.
La seduzione può essere potere, gioco, linguaggio, estetica, provocazione, ironia, identità. Può essere anche lavoro, comunicazione, performance. Può essere arte pop, immaginario cosplay, fotografia, teatro del corpo. Può essere mille cose diverse, e non tutte devono chiedere permesso al comitato etico del lunedì mattina.
Lo stesso discorso vale quando si parla di fanservice negli anime, cosplay, cultura pop e personaggi femminili sensuali. Basta una posa più audace, un costume più provocante, un’immagine più carica, e subito partono le solite etichette: oggettificazione, male gaze, sfruttamento, degrado.
A volte è vero. A volte no.
Il problema è quando si smette di guardare il contesto e si parte direttamente con la sentenza. Perché una donna non diventa meno libera solo perché piace. Non diventa meno intelligente solo perché seduce. Non diventa meno rispettabile solo perché decide di usare anche il corpo come parte della propria comunicazione.
È lo stesso motivo per cui personaggi come Kurumi Tokisaki funzionano così bene: non perché siano semplicemente sensuali, ma perché trasformano fascino, ombra e controllo della scena in identità.
Questa idea che sensualità e dignità siano nemiche è una delle bugie più vecchie del mondo. Solo che oggi viene riciclata con parole nuove, così sembra più moderna. Ma sotto il vestito elegante resta sempre il solito vecchio puritanesimo.
Quando il giudizio arriva dalle donne
La parte più scomoda è questa: spesso il giudizio più duro sul corpo femminile arriva da altre donne.
E fa più rumore, perché si presenta come protezione. Non ti sto giudicando, ti sto difendendo. Non ti sto limitando, ti sto salvando. Non ti sto togliendo libertà, ti sto spiegando che la tua libertà è sbagliata.
Meraviglioso. Una gabbia con il fiocco rosa.
Il punto non è dire che le donne debbano essere sempre d’accordo tra loro. Sarebbe infantile. Le donne possono criticarsi, discutere, litigare, pensarla in modo opposto. La libertà comprende anche il conflitto. Ma quando il conflitto diventa delegittimazione, allora qualcosa non torna.
Una donna può scegliere la riservatezza. Un’altra può scegliere l’esibizione. Una può odiare i social. Un’altra può costruirci una carriera. Una può trovare volgare una certa estetica. Un’altra può viverla come espressione personale.
La vera libertà non è quando tutte fanno la stessa scelta. La vera libertà è quando scelte diverse possono esistere senza che una debba essere trattata come superiore e l’altra come malata, venduta o inconsapevole.
Per questo femminismo e corpo non possono diventare un nuovo esame morale: il punto non è scegliere tutte allo stesso modo, ma poter scegliere senza essere processate.
Il caso dei dibattiti mediatici
Nei dibattiti mediatici italiani, il tema torna spesso: corpo, sesso, pornografia, sex work, contenuti sensuali, libertà femminile, morale pubblica. In questi contesti compaiono anche figure come Annarita Briganti, giornalista e opinionista spesso presente nel dibattito radiofonico e televisivo, percepita da molti come voce severa su certi temi legati alla sessualizzazione del corpo femminile.
Ma il punto, qui, non è Annarita Briganti. Non è una singola persona. Sarebbe troppo facile, e anche troppo comodo.
Il punto è il meccanismo culturale.
Ogni volta che una donna si mostra in modo sensuale, c’è qualcuno pronto a chiederle se sia davvero libera. Domanda legittima, per carità. Ma allora facciamola sempre. Chiediamolo anche alla donna che si copre perché teme il giudizio. Alla donna che rinuncia a una foto perché ha paura dei commenti. Alla donna che vorrebbe osare ma non lo fa perché teme di essere etichettata. Alla donna che si autocensura per essere presa sul serio.
Perché la libertà non si misura solo quando una donna si spoglia. Si misura anche quando una donna non osa farlo, pur volendolo, perché sa che verrà massacrata.
E lì, stranamente, il tribunale morale spesso resta in silenzio.
Femminismo e corpo: la libertà non ha bisogno di autorizzazione
La libertà del corpo non può essere concessa a targhe alterne.
Se femminismo e corpo significano davvero autodeterminazione, allora devono valere anche quando una donna sceglie una sensualità visibile, dichiarata e non addomesticata.
Non può valere solo per chi sceglie una sensualità educata, discreta, rassicurante. Non può essere riconosciuta solo quando produce immagini accettabili per il gusto dominante. Non può diventare una patente rilasciata da chi decide quali donne sono emancipate e quali, invece, “sbagliano” a esserlo.
Femminismo e corpo dovrebbero significare una cosa semplice: il diritto di scegliere senza essere possedute dallo sguardo degli altri. Nemmeno quando quello sguardo si presenta come progressista, colto, militante o moralmente superiore.
Una donna non dovrebbe chiedere il permesso per sentirsi bella. Non dovrebbe scusarsi se seduce. Non dovrebbe giustificarsi se usa il proprio corpo come parte della propria identità. Non dovrebbe essere trattata come un manifesto politico ogni volta che pubblica una foto, indossa un outfit, interpreta un personaggio o decide di vivere la propria immagine con più audacia.
Il corpo non è libero solo quando è neutro.
Il corpo è libero quando può essere anche sensuale, provocante, elegante, eccessivo, ironico, teatrale, misterioso. Persino contraddittorio. Perché le persone vere sono contraddittorie. Le donne vere ancora di più, per fortuna.
Il femminismo che serve davvero non è quello che sostituisce un padrone con un comitato di sorveglianza. È quello che difende la possibilità di scegliere, anche quando quella scelta non piace.
Altrimenti non è liberazione.
È solo una gabbia con una parola più bella scritta sopra.
